CAPITOLO XVII
Dopo altre stagioni mortificanti senza la sua musa, durante le quali ingannava Bichoune fin nei suoi godimenti, che spiritualmente accordava soltanto a Nielle. Dopo mesi di quei coiti finti alla Gainsbourg, di quei falsi fervori disseminati di reali « … ti amo. Nemmeno io », in cui quel corpo che stringeva tra le braccia non si rimproverava di tradirlo frequentemente. Veniva un’altra estate. — Veniva una giornata soleggiata e piacevolmente calda. — Veniva un inizio di pomeriggio normale in cui, pensoso, guardava fuori, senza sosta, verso sinistra…
Come quei barometri fantasiosi in cui un omino in miniatura esce da una casetta all’avvicinarsi dell’acquazzone e s’immobilizza col temporale, Damien sperava che dall’uscita opposta apparisse una donna di buona natura che gli annunciasse il bel tempo. Il meccanismo era sregolato. La musa non c’era. Eppure il sole era magnifico.
Un’automobile parcheggiava lì, di fronte a quell’ingresso del cortile che non aveva ancora perduto il proprio senso del mistero. Il modello: una familiare. Colore e marca dell’auto… da dimenticare, meritando meno d’essere citati nel contesto rispetto agli occupanti che ne uscirono.
Nielle? …! No, non faceva parte del gruppo. Nemmeno Mia, Carlos, Bruce o gli altri. Estranei, volti sconosciuti.
Volti nuovi, la cui somiglianza dei tratti con Nielle suggeriva un legame di sangue. Arie di famiglia che lo confermavano innegabilmente. Saluti dal terzo piano verso quelle persone che ricambiavano con sorrisi così simili ed evocatori da ribadire l’evidente appartenenza.
Una gioia scintillante li incastonava tutti nella loro fretta di raggiungere l’essere amato lassù. Per Damien, altrettanto felice dell’evento, non vi era immagine più loquace, per descrivere le loro reazioni, di quella dei film muti in cui gli attori trasponevano le piccole felicità con nervosi battiti dei loro occhi oscurati da ciglia troppo lunghe. Come in quelle sequenze d’altri tempi, non poteva ormai intrattenersi che con le loro proiezioni, poiché i commedianti erano già scomparsi dalla scena.
Chi erano? … L’autista dalla fisionomia augusta, dallo sguardo dolce e tinto di prodigalità; chiaramente il padre della sua musa. In lui si manifestava lo stesso carisma brulicante di piccole saggezze acquisite di quella vecchia signora dai lunghi capelli bianchi raccolti in una toque, la nonna di Nielle. Il sognatore conferiva alla “sua mémé”, come gli piacque chiamarla, la stessa intelligenza e un pragmatismo vicino alla personalità della nipote. Più ansiosa e predisposta a sgranchirsi le gambe, la progenie che li accompagnava raggiunse troppo rapidamente il cortile posteriore della casa dei Brouillette perché Damien potesse memorizzarne il numero e l’aspetto. Eccezion fatta per l’entusiasmo.
Il sognatore non attese di essere indicato col dito da quella persona raggiunta, fosse Mia o Nielle. Fuggì quella minaccia che una delle due potesse presentarlo come un seminatore di guai. Essere identificato come un guastafeste lo irritava. Affrontare quell’eventualità lo metteva a disagio, tanto più che si sapeva proibito ad amarle, quelle persone che non avrebbe mai più rivisto.
Aborrendo sempre più intensamente le sue liberazioni attraverso la marijuana; di vive emozioni, alimentò il diritto di ricorso al suo nuovo sfogo. Legale, più discreto e più efficace della droga, quell’oggetto, un’immensa scatola di deliri e delizie… il pianoforte. Come nelle precedenti fasi di malinconia, vi suonò, senza saper suonare, per ore. Picchiettava sugli avori integrandovi le sue rimozioni e i suoi turbamenti nelle note false, talvolta volute, per sganciarsi dai suoi spleen.
Un poco placato dal suo espediente in triple crome dissonanti, stava per levigare i benefici di quella performance correttiva con un sospiro di sollievo quando, in contrappunto, risuonò lo squillo del telefono.
— Pronto!
— Damien! Sono Bichoune. Non ti parlerò a lungo, è che… ehm! Solo per dirti, stasera esco con una… una mia amica. Quindi non potremo vederci. Non ti dispiace? …
— Al contr… Ehm! No, divertitevi. Ciao!
Posando lentamente il ricevitore, morsicava con un commento sfalsato: « È ancora meglio così! » Ravvivato dal suo sfogo musicale, sfregandosi i lati del collo e la nuca, poi facendo girare la testa come in un esercizio di riscaldamento, si preparava a una lunga guardia sinistra… libero dalla presa della sua sessualità d’apparato.
Seduto sulla soglia della porta, nel comfort di un vecchio cuscino. I gomiti appoggiati sulle ginocchia sollevate, le braccia sostenevano la testa come per obbligarsi ad acclimatarsi a una sola posizione, all’unica tangente ammissibile.
Prima osservazione: l’auto era ripartita. Quella delusione lo avrebbe perseguitato più a lungo se non si fosse consolato col pretesto di una certa apatia a duellare d’orgoglio con il genitore della sua musa o a scuotere l’esperienza di mémé con una seduzione da nevrastenico temporaneamente sveglio. Avrebbe voluto essere Sansone o Golia, perfino Louis Cyr o Hulk Hogan, per portare da solo il pianoforte sul marciapiede… e suonarlo tra una parola e l’altra per ricaricarsi, ma la realtà lo costringeva a piegarsi.
La strada gli sembrava più deserta del solito. La luce del giorno, respinta in modo insensibile dall’ombra delle case addossate, decresceva rapidamente.
Già verso le venti e trenta, Damien stimava che quella quiete normale fosse stata disturbata dalla circolazione soltanto da sette auto all’ora. Così come da una media di quattro sconosciuti che deambulavano in fretta, nel timore di essere aggrediti; da tre vicini rispettabili e da due o tre comari; queste ultime, sempre le stesse, che punteggiavano le loro ronde con le medesime maldicenze appena rimaneggiate.
Tutti quegli elementi agitatori…, Damien li aveva enumerati alla maniera di un sondaggio; così come contava ancora i mozziconi che aveva lanciato con un colpo d’unghia. Sempre nella stessa direzione, attentissimo. Nella stessa vena, calcolava e valutava le diverse possibilità di un ritorno della familiare che, forse, avrebbe parcheggiato di fronte a casa sua.
A forza di inchiodarsi a quello stesso punto dell’orizzonte, finì per avvertire lievi spasmi alla base della nuca e una leggera nebbia ottica, causata dalla fatica del fissare, sregolava continuamente il fuoco della sua visione.
Per riaggiustarsi la vista, per rimetterla a fuoco, si strofinò dolcemente le palpebre e scrutò l’ambiente in cerca di una macchia di colore vivo. La sua acutezza visiva migliorò dapprima puntando la bicicletta dai colori fluorescenti, d’avanguardia per l’epoca, che aveva affibbiato al soprannome altrettanto notevole di “Arcobaleno”. Poi portò gli occhi verso un grande murale esterno dalle intenzioni di affresco storico. Quel colossale imbrattamento gli solleticava l’orgoglio, essendo l’ultimo vestigio delle sue trovate da organizzatore della festa di quartiere.
Infine, alla ricerca dell’ultimo aggiustamento dello sguardo, si fermò su quella tinta éclatante nel suo paesaggio. Una donna incinta, vestita con un abito premaman rosso, appariva in fondo alla strada. — Rosso! Il pigmento dell’interdizione, dell’avvertimento. — Scarlatto! La tonalità dell’amore.
Abbagliante! Come l’affetto evidente di quella madre per il bambino che portava. Sì, rosso scarlatto! Il colore di quell’abito che nascondeva quel grosso ventre meraviglioso, tradendo facilmente quella fecondazione più che invidiabile di Nielle; lei che accelerava il passo, temendo ancora i gesti imprevedibili del suo antico vicino. Lei, sorpresa in una rinascita eccezionale…, faceva visita anche alla sorella.
Un cuore e più ancora fuggivano. Un altro voleva gridare. Ma né la bocca né la gola rispondevano all’emozione.
Poco gli importava a quale maschio, ora onorato dalle viscere di Nielle, appartenesse quella paternità. Lui, Damien, nelle sue illusioni, si metamorfosava in arcangelo, in spirito sano…, usurpando la pretesa dell’origine del bambino con la connivenza della sua più che bella, immaginando che ella ne avesse desiderato accointanze mistiche. Il sognatore plagiava inconsapevolmente quella tormentosa saga della sua infanzia.
Avrebbe coperto Nielle di parole d’amore, l’avrebbe sollevata di lusinghe accarezzando la bellezza maestosa di quell’addome pieno di promesse…; ma la dimostrazione di un segno, di un appello alla vita, anche impercettibile, avrebbe spento per sempre quell’appagamento rivolto a quella fata d’apparenza, a quella Nielle della sua interiorità. Quella che aveva incoronato nelle favole sacre dei suoi sogni, quella che proteggeva gelosamente in sé come un mago avaro, il suo oro alchemico.
« Messo male! » vociferava, seduto e con le braccia incrociate, dondolandosi spesso a scatti, per giustificare la presenza del suo corpo. Paragonabile a un automa sregolato che legasse in sé l’anima sottratta a un essere umano; l’esitazione, la fifa dei sentimenti, la paura del vero, l’orrore di non saper più scegliere tra l’amore per Nielle e la sicurezza fantasmagorica imposta per compensazione.
Damien pazientò per ore, soffrendo per quegli scoppi di risa spinti dal vento e per quelle esclamazioni di gioia appena soffocate dalla distanza, quelle piccole felicità dalle quali era escluso e che irradiavano dall’ultimo piano della casa dei Brouillette. Ne sequestrò le onde tonificanti emesse da quella voce che lo assorbiva, lo consumava e lo fissava. Quando l’aliseo la rendeva muta, frugava in sé, rintracciando le vibrazioni simili che assediavano la sua anima. Poi le avvicinava l’una all’altra fino a stordirsi di brividi.
Dal confronto alla contrapposizione, lungo le sue impazienze, l’ebbrezza di quella voce dagli effetti d’oppio versò in un’altra sete. — Gli occhi di Nielle. — Quella avidità lo fece vacillare verso i sogni, … da sonnambulo.
— Ciao Damien! Hai l’aria persa! scoccò Bruce in una risata cinica.
— Mm…? Ah! Ciao Bruce, dove vai così?
— Non ti funziona la testa? … Come sarebbe, dove vado? … Piuttosto, tu dove vai? … Non sembri renderti conto che sei davanti a casa nostra? …
— … Davanti a casa vostra…? Il sognatore non sapeva che dire. La voce l’aveva trascinato, dispiegando e allegorizzando quel bisogno fanatico fin sotto le finestre del terzo. Un canto di sirena l’aveva attirato come la luna chiama gli oceani.
Anche adescato e incastrato dalla propria fantasticheria, si riprese, fingendo la normalità di una perdita di lucidità.
— … e tu che combini, Bruce?
— Non granché. Guardo la televisione… Ora che ci penso! … Ho visto la tua Nielle salire da Mia. Lo sapevi che è grossa? … Si può dire che l’hai amata, quella puttana!
— Bruce!
— Oh! Mi scusi, signor Damien. Forse la ami ancora, anche con un grosso pancione! snocciolava il giovane con l’intenzione di provocare per passare il tempo.
Cercava di dominare la collera senza mostrare al giovane Brouillette che era stato colpito al cuore. Poi gli rispose con un filo debole e con una calma che avrebbe sconcertato lui stesso, se, per ubiquità, fosse stato in grado di osservarsi.
— Suvvia, pensi davvero che io la ami ancora, dopo tutto questo tempo? Lei che deve aver trovato marito. Lei, troppo bella per vivere sola. È incantevole incinta, vero?
— Bah! Io…! — Senti! Tra poco ripassano un vecchio film di kung-fu con Bruce Lee, il mio idolo. Ti va di guardarlo?
— No. Ma vai pure! Vai a sistemarti davanti allo schermo e… se non ti dà troppo fastidio, io prendo un po’ d’aria qui. Ti va bene? …
— Nessun problema. Il marciapiede appartiene a tutti! brontolava Bruce, deluso di non aver potuto reclutare un nuovo adepto delle arti marziali.
Mentre “Karate Kid” si estasiava davanti alla violenza taiwanese e al doppiaggio fuori fase, Damien rimasticava su tutto e su niente, con un tono monocorde, senza interrompersi. Né l’intensità né il flusso distraevano il telespettatore. Il motivo non mirava a lui. Il sognatore, col suo flusso monotono e continuo, corrispondeva sfruttando eterei sedimenti di stati d’animo. In qualche modo, osava l’aspettativa di un feedback nella mansuetudine degli occhi della sua musa attraverso la sua tenace e scialba incontinenza verbale.
— Declamerò tutta la notte, se necessario! Anche a costo di essere tramortito da un vaso lanciato dalla finestra, verbalizzava, senza che nessuno se ne accorgesse, nell’idealizzazione del suo negativismo.
Ironia della sorte, ossigenandosi un istante, per decantare un tono più alto il suo gergo.
— …….. !
Lassù, silenzio totale e improvviso. Anche se la serata deperiva a vantaggio della notte e la luna non era all’appuntamento, stranamente, un mare di tranquillità si ormeggiava alla sua recitazione interrotta.
Nielle venne allora ad assoggettare, con la sua silhouette di procreatrice invidiabile, la luce che si diffondeva oltre una finestra aperta. — Non si mosse più. — Poi emise quell’appello codificato che solo Damien poteva tradurre. Quell’esclamazione di cui il suo spirito aveva accumulato le pazienze per millenni immaginati.
— Ba. Ba. Bi. Bo. Bi, canticchiò in tonalità di sol, lasciando planare le sue attese in una calma seduttrice dall’aria d’allerta.
Fermato. Muto, esterrefatto, non emetteva più nulla, né di futile né, tristemente, di salutare e motivato. Prolissità abbreviata. Nulla. Credeva davvero di sognare. « Illusioni! Ancora illusioni! » si diceva, senza riprendere il suo verbiloquio, nella speranza che si riproducesse quella piacevole e fenomenale acousmia.
Sempre sospesa a una risposta che tardava, frustrata, ferita nel proprio amor proprio davanti a Mia e ad altri invitati, Nielle sembrava convinta che Damien l’avesse lasciata ad aspettare; presa semplicemente in giro dalla sua disperante indolenza, per stupidità o per vendetta.
— Levati di torno! … Sparisci! proclamò Nielle, con una fermezza monarchica che fulminava d’espatrio un suddito già bandito. — Le imposte si richiusero violentemente sulla sua spiegabile e veemente esasperazione, difficilmente addomesticata dai suoi cari. Irritazione che si scusava in pianti impercettibili dal pianterreno.
— Ma che cosa gli prende, a quelli là? … — Damien?! — Se n’è andato! — Tabarnac, com’è noioso da quando non prende più droga con noi, brontolava Bruce senza disinteressarsi della suspense, e si rituffò nel film che stava guardando.
Damien? … — Attraversava quel corridoio grigiastro verso quella donna di testa per chiedere perdono e gemere ai suoi piedi. Brutale e ironica, l’ira della sua musa l’aveva collegato alla realtà.
Ombre maligne, insinuandosi da ogni lato verso di lui, non lo raggiungevano. Avanzava implacabile, esercitando soltanto il piacere di rivedere Nielle: « Ineffabile felicità. Piacere divino. Gioia squisita. Pace paradisiaca, finalmente mia! » Il cortile si offriva a lui, grande e libero: « Eccomi, Hard Headed Woman, musa di tutte le mie muse, ispirazione fatata, energia benedetta. Tenera umana. » La traccia dei suoi passi accarezzava quella di Nielle; quella dei suoi ritorni, quella delle sue fughe. Ciascuna delle sue falcate sottolineava l’apprensione di un’ebbrezza mai vissuta: « Sì, sarò un amico. Sì, sarò un confidente. Sì, se puoi e vuoi, sarò un amante, uno sposo, un padre per questo bambino che cresce nel tuo seno. »
Da quella poesia il sognatore si assenta per lo spazio-tempo necessario a verificare i suoi vantaggi e i suoi handicap.
— Se stirassi questo vuoto temporale, forse potrei trovare la forza necessaria per cicatrizzare le mie ferite; sacrificare quel non-essere, incarcerato in me, a beneficio della vivente, tornata. Intuitivo, dovrei inventare o svelare…, saprò determinare la giustezza delle mie parole con cui ipnotizzerò la mia musa, con l’aiuto delle nostre sensibilità.
Rifluire! Blackbouler! Afferrare! — « NO! Non andrai! » espellevano dalle tenebre i suoi spettri viziosi che l’avevano infine raggiunto; quelli delle sue sofferenze e delle sue crisi. La scala, sembrando deformarsi, gli si rifiutava. I piedi restavano fissi come intrappolati in un cemento a presa rapida. Impossibile salire i gradini. Damien soffocava e crollava improvvisamente sotto i dubbi.
— … e se volesse prendersi gioco di me, distrarsi dal suo compito? Che piccione farei! — Indietreggiare prima del ridicolo! — Sarei incapace di sopportare di nuovo le loro risate acide. Come reagirei? … Posso rischiare un crollo, dibattermi e traumatizzare Nielle e la vita innocente in lei? — Se mi allontano adesso: « Incrollabile! », … dirà di me e, di conseguenza, confesserà quella qualità inghiottita nel suo odio!
Senza rumore, senza sogni, ripartiva verso casa a tentare di spezzare quella nuova catena che lo legava dall’interno, per sfogarsi sul pianoforte, tastiera sprangata, che desiderava muto di emozioni supplementari.
***
Il sognopata si avvicina ai suoi addii al nulla. Ma gli tirerà fuori la lingua solo dopo queste sequenze rimaste indietro. Un desiderio. Sbirciare un’immaginazione libera da ogni intralcio. Un eterno sognatore non diventerà mai un inflessibile terra-terra. Lo sa. Ancora qualche richiamo da derubare, di quelli che non lo finiranno. Ultima curva. Un gong annuncia l’ultimo sprint.
Bichoune non tornò a vedere Damien che due settimane dopo quell’uscita improvvisata con l’amica… Ciascuno a valutare la propria colpa, nessuno dei due s’informò delle distrazioni dell’altro nei giorni e nei mesi seguenti, privi d’interesse.
Damien vivacchiava e lasciava che le fantasticherie attraversassero il suo cuore desertico, dove una sola oasi lo rinfrescava. Vi beveva acqua di sogno all’ombra di datteri d’illusioni. Una pianta invisibile cresceva presso una fonte chiara. Normalmente nociva ai grani di luce che crescevano alla periferia di quel rifugio. Nell’immaginazione di Damien, essa si percepiva inoffensiva, quella « Lychnis githago », decorata di fiori purpurei dai semi infiammati della loro stessa tossicità e comunemente chiamata « nielle ». Nella sua anima senza acrimonia o nocività, o al di fuori di essa, sprigionava un profumo ipnotico che imbalsamava il quotidiano.
Altra pianta, altro desiderio. Foglie di vischio in mano, andava da Bichoune ad accamparsi per la notte di Natale e a riposizionare piccolo bue e grosso asino. Quelle fantasie servite su paglia non lo distraevano tuttavia dai pensieri per Lysianne e capiva anche che Mylène, che la riceveva, aveva diritto alla sua parte di felicità.
Soffiando con più potenza e magia nella sua tromba onirica come un angelo delle montagne, sperava che i suoi auguri risuonassero fino al cuore dei più infelici. Come i poveri, i malati, i diseredati, gli isolati; come quelli che se ne infischiavano di lui, per esempio: i Brouillette in ricevimento, il nuovo inquilino dell’atelier che d’altronde non conosceva; o quelli che l’avevano tradito o odiato, quei vincitori, Lou, Carlos, Jonathan e Mia.
O ancora, auguri a tutti quegli estranei che avevano goduto della prodigalità sensuale di Nielle. Quelli che, per penetrare nel suo dominio…, attraversavano, intrepidi, quel tunnel. Come una porta spalancata verso amicizie singolari, quel corridoio visto dalla strada somigliava a un quadro che dipingeva sempre lo stesso paesaggio cupo. Vecchi capanni grigi e rattoppati, sormontati da cime di giovani alberi che crescevano sui terreni vicini al ritmo delle stagioni.
In quella cornice, dove la neve uniformava la tela, sorse una grande silhouette. Quella di Nielle, che si fermava bruscamente, proteggendo il neonato che stringeva al petto, per timore delle reazioni del sognatore. Quell’animale portatore di rabbia.
Proseguendo la strada, indulgente, avido e tenero, egli memorizzava per sempre i due esseri.
— Nielle, ti amo! Amo questo bambino che mi proibisci per sempre di conoscere. — Non temere. Non vi aggredirò né vi avvicinerò per il resto dei miei giorni. — I miei migliori auguri! … I miei rispetti, i miei amori, mia regina, mia musa!
Fresco come la rugiada, il sognopata commemora con una lacrima quel lontano e ultimo incontro che annunciava quell’interminabile e ancora esistente periodo vuoto senza vedere Nielle. In realtà, per lui, si tratta ancora del più torbido, per il valore nullo dello zero. — In ricorrenza sulle sue fantasie e sui suoi sogni, viveva sull’isola del suo immaginario, magnificandovi dolori e tristezze. Unico antidoto che, per giunta, lo nobilitava: fare l’amore con la propria solitudine.
***
Damien ruppe la relazione con Bichoune l’anno seguente. Recalcitrante, lei lo molestava instancabilmente. Per la ragione che essere lasciata da un ometto ingegnoso…, un intellettuale e artista tascabile, le faceva perdere parte del lustro di vamp e sbiadiva il suo prestigio personale presso le amiche androgine.
Se non fosse stato per l’intervento di sua madre, che ospitava. (Ricovero del capofamiglia per trattamenti di chemioterapia.) Se non fosse stato per uno scontro tagliente tra le due donne. — Una battaglia di arieti! — Si sarebbe lasciato ancora marcire nel tradimento. Se non fosse stato per questo, il vigliacco si chiederebbe ancora se possedesse coraggio e non avrebbe mai notato che il suo ultimo punto di riferimento alla sua musa sarebbe scomparso dall’ambiente.
Mia, l’unica sorella di Nielle che conoscesse, lei che per fantasia gli evocava un goniometro quando approfittava del suo atteggiamento ostentato, quando gli era possibile deliziarsi dei suoi fascini, estasiarsene. Di lei si appropriava, come un rapimento d’intimità, delle somiglianze con la sua musa fino a leccarsene i sogni. Raggiungendo persino il Nirvana, baciando con gli occhi condannati il culo della graziosa demone. Lei che presto avrebbe cambiato inferno.
Tuttavia, Mia non lasciò la casa senza aver raccolto nella posta un ultimo segno di vita. Una lettera di Damien, nella quale interpretava i motivi che avevano suscitato quegli intrighi contro di lui; esprimendo al tempo stesso smarrimento e approvazione di quei gesti ribelli e protettivi in favore di Nielle. Le accostò perfino vivaci dettagli sulle peggiori turpitudini, certo di stupirla. — Infine, firmava l’addio con una reiterazione quasi solenne: il suo amore per Nielle.
La confessione sarebbe stata bissata se vi avesse allegato una cassetta di breve durata, magnetizzando l’ascoltatrice ispiratrice con uno sconvolgente: « Ba. Ba. Bi. Bo. Bi. », senza voce, al pianoforte.
***
Un brusco colpo di vento apre la porta sul retro. Come se un giudice eolico, dissigillando una busta chiusa, svelasse il risultato di una lunga deliberazione: « … e il vincitore è…? … Il piccolo sognatore! Ancora troppo debole per spostarsi, il signor Damien, ex sognopata, verrà a prendere il trofeo al suo posto. »
La riconquista si è conclusa con una vittoria. Tutto è stato ricordato, quasi rivissuto, senza che si sia bruciato il cervello. Senza aver avuto ricorso al revolver già carico e avvolto in un asciugamano; trasportato in quella vecchia valigia accanto al diario e alla foto… nell’eventualità di un fallimento cocente.
Inutile! Damien, il piccolo sognatore guarito, si risveglia di nuovo alla vita. Il suo onirismo terrorizzato si stabilizza già. Una guarigione rapida? … Definitiva? Lo sospetta. Fiuta la libertà della propria anima, l’euforia nel cuore. Attraverso la sua ricerca interiore, si è affrancato dalla schiavitù di una musa impercettibile. Ma meglio ancora! Mai più quelle idee suicide che schizzavano dalle sue estati oscurate di fatalismo nella commemorazione dei suoi primi pianti. — Finito! Terminate quelle settimane di luglio e agosto, quei corridoi temporali sormontati da innumerevoli spade di Damocle, quei periodi che chiamava le sue zone di nostalgia. — Scomparsi! Quei momenti d’insurrezione contro se stesso, rimproverandosi di aver abbandonato quei luoghi quando vivacchiava sotto i passi di Nielle. Dopotutto, non era forse più vicina?
Si compativa per la propria mancanza di Damienntismo. Si desolava dell’incompiuto, quei cinquanta passi mai compiuti. Quel primo tentativo che l’avrebbe condotto a quel terzo piano protetto da tredici gradini insidiati d’angosce; quella distanza dal carattere d’infinito, che avrebbe potuto varcare anche nudo e in ginocchio, fiore in mano.
Con la coscienza rettificata, raffreddava con un addio quel sognatore megalomane e l’innamorato folle in lui, sfidando con un’ultima irritazione il subconscio abituato alla musa.
— Nielle, ovunque tu sia, ascoltami! … L’oblio? … Non conosco! Ma condizionato dalla ricapitolazione dei miei ricordi, d’ora in poi verserò soltanto lacrime di polvere; e il suicidio che mi minacciava si è annientato del proprio male come un pilota kamikaze che si fa hara-kiri nel cockpit.
Avevo sperimentato l’usurpazione del tempo addormentandolo tra due picosecondi in un sogno. Orrore! Si rivela più insonne di me. Ho esplorato lo spazio che ci separava tentando di alterarne l’elasticità. Troppo resistente, quella distanza, invece di spezzarsi, ci ha allontanati per sempre. La mia volontà era così grande, i miei poteri così irrisori.
Ti ho tanto desiderata, musa fantasma, che il tuo ectoplasma ha fatto soffocare la mia anima. Edulcorare il tuo rifiuto aggrappandomi, per onanismo, alla tua foto non mi permetteva che di pazientare. Troppo?
Morire è spesso finire di vivere nel modo in cui ci si è battuti o difesi. Essendo la morte l’ultima e la più valorosa lezione di vita che si possa offrire agli altri, a coloro che ci rimpiangono come a quelli a cui rompiamo le scatole. Così, aspetterò la notte della tomba nel modo in cui ho sperato te; con rassegnazione. Mi sottometterò alla sua liberazione quando si presenterà. Lei, so che verrà ad amarmi.
Uccellini gracili pigolano di paura nei loro incubi. D’istinto temono, perché al risveglio saranno spinti fuori dal nido. — Voleranno o creperanno.
Sano e salvo dopo l’attraversamento delle sue tenebre, Damien può amputarsi le ali, ormai superflue e ingombranti, per scoprire nuovi orizzonti. Ma è estenuato e pallido dopo essersi curato, purgato lo spirito e purificato la memoria; avverte intorpidimenti e il torace gli sembra restringersi. Malgrado tutto, ha bisogno d’aria fresca per sé, l’uomo nuovo.